Piccolo Festival Psicologia

Negli ultimi sei mesi, il coronavirus ha diffusamente sconvolto i nostri contesti di vita. Più che su ogni altro ambito, tuttavia, il dibattito pubblico si è acceso intorno alla scuola. Come mai?

Perché, in un momento di emergenza generale, la scuola non può chiudere? Quali dimensioni collettive sono così difficili da criticizzare?

La scuola è da sempre un contesto-termometro, che ci dà indicazioni su come sta la salute generale della società civile: è un luogo nel quale sono più riconoscibili che altrove problemi trasversali ai sistemi di convivenza; ed è, per la sua natura di istituzione, un simbolo di permanenza e resistenza della società nel tempo.

Nonostante le istanze di cambiamento che la attraversano, la scuola si fonda su miti consolidati: il diritto allo studio, l’essere luogo di socializzazione essenziale. La forza di questi capisaldi ha reso critica la possibilità di trattare la frattura che si sta evidenziando tra mondo della formazione e mondo del lavoro e tra mondo della formazione e famiglia.

Ne consegue che, in modo più o meno esplicito, il mondo della scuola è al centro di fondamentali domande di senso ed è al centro di un’urgente necessità di revisione di processi culturali e sociali, in cui lo sguardo psicologico può individuare difese e resistenze, da una parte, e dall’altra contribuire a costruire un immaginario nuovo.

Fino all'avvio del conferenza